lunedì 21 dicembre 2009

sulle strade degli asini amiatini (un ponte della madonna)

Di nuovo, a distanza di quasiunànno, alla scoperta della montagna. C'eravamo stati, anche allora ospiti dell'Ingegnere amica nostra, per un uichènd tranquillo. All'epoca ràgnola era ferma in garage, io avevo l'autista, e facevo un lavoro che mi mangiava l'anima. Nonostante tutto, il posto meritava.
Nel frattempo c'è stata la metamorfosi: da appiedato spatentato son diventato Folle Centauro® (o ràider, come direbbe qualcuno, ma preferisco di no). Il lavoro è cambiato e mi regala i miei uichènd, ed è tornato l'inverno, o quasi.
S'è rinnovato l'invito, e sarebbe stata da andare tuttinzième, ma dopo il primo accenno al "ma perché non venite con la Star Deluxe?" ho desistito. Una vespa indiana cartadazzucchero, due caschi alla nannimoretti e zero abbigliamento tecnico li avrebbero uccisi, e hanno declinato.
Epperò, non ho saputo rinunciare alla tentazione, e dopo una settimana di tormento alla Signorina Motogùzzi e di scongiuri meteorologici, confermate le previsioni, siam partiti in missione.
Scopo principale della missione: sopravvivere alla degustazione del TEMIBILE haggis, che anche se molti di voi associeranno ai pannolini dei bimbi, altro non è che un meraviglioso piatto tipico scozzese, importato direttamente dai nostri Ospiti dalle Highland, e presentato come segue:

"te prima assaggialo, poi ti dico cosa c'è dentro"

Invitante, no?
Lo scopo secondario era testare la moto, la riparazione dell'impianto elettrico, la notte fuori e il viaggio al freddo, ma soprattutto, la paranoia. Per cui sono andato ad attrezzarmi con: tanica pieghevole, set di chiavi a brugola, gonphya&rypara, laNpadine di scorta, fascette, fusibili a secchi, in aggiunta alla solita dotazione di chiavi, levacandele e candela di scorta. Nemmeno fossi dovuto andare a caponòrd, e senza tener conto che il 70% della roba che avevo non la so neanche usare.
Lasciati a casa i due elementi che sarebbero potuti servire davvero: il telo coprimoto (che ho tentato di comprare per una settimana e a cui poi ho rinunciato, rimandando l'acquisto) e le catene, visto che s'andava per i monti.

Vabbè. La prima parte di strada, noiosa, dopo un breve giro fino alle rovine di Roselle (che torneremo a visitare, prima o poi) ci porta fino a Paganico:
la sosta imperdibile per un caffè prima di cominciare la salita. Un giro in paese per procacciarsi il cibo (un po' di stiàccia in attesa delle lasagne al pesto gentilmente infilate nell'auto degli amici a profumar l'aNbiente) e qualche foto, poi ripartiamo. E la salita si fa interessante.
Morbida, a curve larghe, con qualche rettilineo a riposare il corpo e far vagare gli occhi sul mondo che c'è sotto, le colline, uno sguardo agli asini tipici del posto, a bordo strada, già immortalati l'anno prima sul Monte Labbro, e i colori verdegrigio che annunciano l'inverno.
Unico rammarico: quasi arrivati impiego un po' troppo a incocciare il bivio per casa, e quella deviazione a sinistra col cartello "vetta Amiata" rimarrà un semplice rimando alla sera, in macchina. Tuttinzième per vedere la nève, bere alla fonte, schiantarsi un grappino aperitivo, e la scalata in moto rimarrà da farsi.


Più impellente era accendere il fuoco, spolverare la teglia delle lasagne, ma soprattutto andare in Missione da Sabatini, il macellaio, a far la scorta di salcicce, ammazzafegato e rostinciana, farsi consigliare un vitello che pareva burro e venir via felici e carichi di bestia da fare alla brusta.
Il resto del uichènd, tra il grappino aperitivo e l'immancabile cartata, partita infinita a scalaquaranta, bruschette all'aglio assassino che avrebbero saturato l'aria e sambuchino a digerire, poco ha a che vedere con la moto.
Ma vi assicuro che ne è valsa la pena!

Il giorno dopo ci sveglia la luce, il camino da riaccendere, e un caffè nero lungo. La moto al riparo, alla meno peggio, sotto il telo della legnaia. Con la scusa vergognosa di fare benzina provo la riaccensione dopo una notte all'addiaccio: al primo colpo, un orologio! Breve la discesa verso Santa Fiora, spedisco tutti gli altri in macchina e mi incammino. Ci riuniamo sotto la fonte del Fiora, e la mattina se ne va tra una visita al paese e un giro a guardare le oche e le papere che vivono alla fonte.
Rientriamo a casa che sono le 2, l'haggis ancora da cuocere, e il cielo che si fa grigio. Un po' la paranoia, un po' il timore del freddo e del bujo, prendo la palla al balzo e con fare suadente propongo alla Signorina Motoguzzi un parcheggio suimonti, e un rientro in solitaria. Immersa nel suo ambiente naturale: il camino con la brusta, con piacere mi spedisce a casa dopo un frugale panino con la salciccia, e rimane a spassarsela per il ponte mentre mi incammino verso la strada di casa, chè lunedì c'è da lavorare.

Parto giusto in tempo per godermi la discesa a ritmo bradipo, leggero sulla ruota di dietro, e per potermi permettere di schivare la quattro corsie e prendere per Roccastrada. In mezzo ai campi, costeggiando un pezzo di vecchia strada ferrata che porta a Siena, per arrivare alla quattro corsie poco prima del tramonto, goderso il cielo rosso sopra Follonica, la Geodetica color del fuoco, ed entrare in città col primo buio. Le gambe e le braccia stanche per due giorni intensi, e nello stomaco un angolino risparmiato per l'haggis, che gentilmente avanzeranno anche per me, un paio di giorni dopo. Una prelibatezza da assaggiare, almeno una volta. Fermo restando l'accorgimento:

"te prima assaggialo, poi ti dico cosa c'è dentro"


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