mercoledì 16 settembre 2009

gita domenicale: una sòla, radar militari e una zia

Il bello di avere la moto che va è che dopo la prima domenica in giro ti puoi permettere di ribadirla, la domenica successiva. Il brutto è che la voglia di andare a fare un giro concorre in maniera incisiva a tirare delle sòle epocali agli amici il sabato sera, per alzarsi sul presto anche la domenica. Concorrono, in verità, anche la stanchezza accumulata all week long, i ritmi da Mr. 9 till 5, la Signorina Moto Guzzi col suo marchio a fuoco che duole, il mirto raccolto al Falcone a dicembre scorso e levato dall'infusione in alcol giusto in questi giorni, e chissà quant'altro, compresa la pigrizia congenita.
Fatto sta che sabedì s'è optato per un bel sonno ristoratore tirando la sòla a tutti, e domenica alle 9 ero già in piedi col sole che illuminava la stanza, e l'aria leggermente rinfrescata che dava lucidità all'Isola d'Elba in lontananza, fuori dalla finestra di casa.
La mèta: quella decisa spippolando su gùgol mappe il giorno prima. Il percorso da fare, con i bivi da scegliere e le stradine da imboccare, lasciati al caso e all'improvvisazione. Così dopo la solita geodetica abbiamo puntato di nuovo verso Follonica, Pian d'Alma, bivio per Tirli. "Non c'è un cazzo a Tirli", mi pare m'avesse detto qualcuno qualche giorno prima. E' vero, in effetti non c'è un cazzo. Tranne una strada in mezzo agli alberi e piena di curve, calma. Un paio di scorci da cui si vedono, in queste giornate benedette dal grecale, Giannutri, il Giglio, l'Argentario (mèta da valutare, per qualche domenica con voglia di chilometri e soldi per la benzina) e Montecristo. Quello che di solito è il lato sbagliato dell'arcipelago, ma che comunque dà le sue porche soddisfazioni alla vista.
Non c'è un cazzo a Tirli dicevo, tranne un barista con l'accento mezzo laziale (come solo certi maremmani riescono a mescolare alle 'c' aspirate), i baffoni e un cicchino in bocca, che fa un ottimo caffè, tiene una Honda Dominator fuori dal bar e sa come accoglierti nel locale, chiaccherando.
Non c'è niente tranne una strada, per concludere, che sale verso Poggio Ballone aprendosi sull'altro lato dell'arcipelago, quello giusto. E che da sotto il radar che - pare - abbia saputo qualcosa di Ustica, lascia vedere in lontananza, dopo Follonica e Torre Mozza, la costa immediatamente riconoscibile come "casa". La centrale dell'Enel, le ciminiere, il promontorio attaccato al continente solo da una lingua di terra messa lì a riempire: Colmata, perlappunto. Il mare, con l'Elba di fronte.
La strada chiama però. I militari sembrano non volerci troppo in giro, la discesa invita al relax e porta verso il fiume Bruna. In lontananza, poi sempre più vicina, Castiglione della Pescaia. Un giro fino in cima al castello, uno sguardo che abbraccia la costa da casa al confine col Lazio, una merenda a base di tagliere (abbondante ancorché caruccio) di salumi fantastici, cacio e miele. Poi è già l'ora di ripartire. Il sole è ancora caldo, ma l'aria ha rinfrescato rispetto a soltanto una settimana prima. Star fermi al sole è una pena, andare a 60-70 all'ora è uno spasso. Un paio di volte mi piego addirittura a scaldare il mignolo destro (che tende inspiegabilmente al congelamento) sul cilindro.


Visualizza punta ala 05.09 in una mappa di dimensioni maggiori

Arriviamo al bivio di Pian del'Alma che non sono neanche le quattro. Sono mesi che non vedo mia zia. La spia non segna riserva. E' giunta l'ora di andare verso Puntala. Cosciente che la toponomastica lo vorrebbe scritto staccato, mi rifiuto categoricamente e imbocco la strada che va verso gli alberghi di lusso, raccontando e ricordando, tra i rumori attutiti dal casco e dal motore, i vari colloqui fatti tra il golf hotel e il cala del porto, ai tempi in cui dovevo mettermi una cravatta ogni dì per uno stipendio mensile. Al porto non si può andare, e alla voglia del porto e delle inutili barche si sovrappone poderosa la voglia di andare a salutare zia Grazia al poggio del barbiere, farmi raccontare di qualche vacanza delirante in paesi esotici, ribadirle l'invito a cena per quando le finirà il casino dei turisti e salire sul tetto del weltring per far vedere alla Signorina Moto Guzzi quel tutto che va dalla torre di Balbo (proprio lui, il faCistissimo aviatore) alla punta di Piombino.
La strada del ritorno, priva di quella vena di tristezza che di solito hanno i rientri, fa tappa di nuovo a Follonica, dal Pagni (quello vero) per un gelato artigianale di quelli che se ne trova pochi ormai in giro. Il resto della strada è controsole. Stanca gli occhi per far pari con le braccia. Riflette troppo sull'acqua del padule per poterne godere. Ma scalda la sera e il rientro verso casa quanto basta per non pensare al giorno dopo che è lunedì, e si va a lavoro.

1 commento:

  1. la toponomastica, a dire il vero (e belle le mi' carte storiche) la vorrebbe Punta Troia, altro che Puntàla, come la volle chiamare quel pezzodimèrda squadrista di Balbo per i su' capricci di bimbetto.
    ganzo il post!

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